Messaggio di don Gino Berto - Direttore Istituto Pio XI

 

 

 

 

 


                                                                                                                                                    Roma, 6 marzo 2020

 

Carissimi ragazzi … idealmente scrivo qui ogni vostro nome,

dopo un primo momento di sorpresa spiazzante, ho desiderato raggiungervi per condividere alcune considerazioni sull’esperienza del tutto insolita che stiamo vivendo.

Coronavirus … amuchina, un mantra che ci frastorna da due settimane, senza sapere quando e quale sarà la conclusione di questi giorni di ansia e di paura. Non è bello trovarsi nel tempo del coronavirus, ma è importante trovare le modalità e le energie per starci, da ieri tutta Italia è “zona gialla”, è una misura di contenimento per arginare l’epidemia.

In questa situazione è stato coniato un neologismo “infodemia” perché giornali, tv e social media inseguono l’ultimo dato aggiornato dei contagiati e lo rilanciano con enfasi spingendo sull’acceleratore della paura.

La storia è stata segnata da pestilenze ed epidemie, in ogni periodo si è reagito con le risorse possibili del tempo, conoscenze mediche insufficienti, paure ancestrali, interpretazioni distorte, ma anche energie straordinarie di alcuni che hanno fatto argine, come potevano, al dilagare delle malattie.

Il Decamerone scritto da Boccaccio (so che lo conoscete …) è una sintesi del Medioevo per ricreare la vita, cento novelle (come i cento canti della Divina Commedia, Boccaccio era grande estimatore di Dante) scritte in dieci giorni, da dieci giovani fiorentini scappati dalla peste di Firenze nel 1348, fortuna, amore, ingegno sono i temi dei racconti.  

Nei secoli successivi, in particolare l’epidemia del 1576 viene definita dal Manzoni nei Promessi sposi la peste di San Carlo “tanta è forte la carità”, per sottolineare l’impegno di coinvolgimento di tutta la popolazione guidata dal cardinale Carlo Borromeo di Milano per affrontare con generosità di azione la complicata situazione.

A Torino, nel 1854, durante lo scoppio del colera, Don Bosco invita Domenico Savio e altri quarantanove ragazzi ad assistere gli appestati, assicurando a quei giovani che non sarebbero stati contagiati, e così fu. Di fronte alla paura della morte si vede chi siamo, non importa l’età, ma cuore coraggioso e sapienza perspicace fanno la differenza.

Anche nel tempo del coronavirus emergono modalità solidali e generose energie per rispondere alle necessità. Ospedale di Codogno, tre infermieri Dana, Giovanna e Fabio sono in servizio la sera del 20 febbraio, arriva il paziente uno, da allora non sono più usciti, notte e giorno in trincea a pulire, medicare, assistere, rassicurare, assopirsi poco. Nel frattempo Fabio ha contratto la malattia. Gli infermieri che dovevano dare il cambio non si sono mai presentati, ma hanno esibito il certificato medico. Spesso la vita si decide in un attimo e il confine tra l’eroe e il mediocre irresponsabile è sottile. Dana, Giovanna e Fabio sono come noi vorremmo essere sempre.

La vera crisi non è il coronavirus, ma gli effetti sul Paese in particolare sul sistema sanitario, sulla scuola, sulle economie interconnesse e fragili, sulle relazioni quotidiane. E’ il momento di tirar fuori generosità e creatività, è occasione per crescere meno emotivi e scomposti di come ci vorrebbero certi media. No all’imbarbarimento sociale, ma relazioni sapientemente coltivate nel rispetto delle indicazioni offerte dalle istituzioni.

Non possiamo stare alla finestra mentre si articola la sfida della fragilità umana. Salute nelle mani a forza di amuchina, ma anche pulizia dai pensieri che avvelenano la vita. Questi giorni dove l’essere più piccolo dell’universo, il virus, domina il nostro pianeta in ogni angolo, riesce a far dissolvere la nostra granitica certezza che ognuno basti a se stesso, scopriamo che “gli altri siamo noi”.  

La normalità è un dono e un miracolo, lo riconosciamo ora che ci manca, ma questo miracolo si realizza attraverso il dono di quel poco che tutti siamo. 

“Ho cercato la mia anima e non l’ho trovata. Ho cercato Dio e non l’ho trovato. Ho cercato mio fratello e li ho trovati tutti e tre”. E’ la scoperta di cui ci mette a parte William Blake, dove la parola fratello rimanda a una relazione coltivata nelle situazioni quotidiane con uno sguardo di meraviglia.

Vi lascio questa considerazione dalla stimolante forza riflessiva. Nel film “La strada” del grande regista Federico Fellini, di cui ricorrono i cento anni dalla morte, il Matto che è un artista ambulante, un acrobata-clown capace di trovare il sublime nel quotidiano, il bello stando nelle sue povere scarpe e non perde mai il buon umore e ridona speranza a chi lo incontra, dice a Gelsomina in una scena indimenticabile in cui la donna è disperata perché la sua vita le sembra inutile: “Tutto ha un senso. Anche questo sassetto. E se sapessi quale, sarei il Padre Eterno. Ma se questo sassetto è inutile, allora tutto è inutile, anche le stelle”. 

Immagino che incominci già a mancarvi la forzata lontananza dagli amici e dagli insegnanti, per ora la sostituiremo con la didattica a distanza che per voi nativi digitali è un gioco.

Certo, al Pio XI c’è un silenzio irreale, mancano i vostri giochi e le vostre voci in cortile.

Coincidenza sorprendente in cinese si usa lo stesso ideogramma per dire crisi e opportunità, voi coltivate il secondo significato e allora il tempo del coronavirus non sarà tempo perso.

Un saluto caro a tutti, vi aspetto, spero torniate presto, don Gino.

 

 

 

 

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